Il castello di Verrua: la donna che salvò la fortezza
Una fortezza sopra il Po. Una barca carica di uomini armati. Una donna affacciata a una finestra. Una pietra.
Sono sufficienti questi pochi elementi per costruire una delle immagini più suggestive conservate nei Canti popolari del Piemonte di Costantino Nigra.
“Il castello di Verrua”, canto n. 135, fu raccolto nel Canavese dalla voce di Domenica Bracco di Sale-Castelnuovo. Nigra vi riconobbe la possibile memoria dell’assedio di Verrua del 1387. Un collegamento affascinante, che deve però essere considerato un’ipotesi storico-filologica e non una cronaca documentata.
Una donna al centro della storia
La protagonista non ha nome.
Dalla finestra vede avanzare sul Po una barca di uomini armati. Comprende il pericolo e agisce: scaglia una pietra, la barca affonda e Verrua viene salvata.
La forza della ballata nasce proprio dalla sproporzione: da una parte uomini, armi e organizzazione militare; dall’altra una donna e una pietra.
La tradizione popolare non conserva la sua paura, i suoi pensieri o la sua biografia. Conserva ciò che conta per la memoria collettiva: il gesto.
Ma accadde veramente nel 1387?
La storia documentata ci porta alla Verrua medievale.
Nel 1387 Teodoro II Paleologo, marchese di Monferrato, tentò di conquistare la fortezza, allora sotto controllo sabaudo. L’assedio durò circa due mesi e fallì con l'arrivo delle forze sabaude. Nigra collegò a questo episodio il possibile nucleo storico della ballata.
Non possiamo invece dimostrare storicamente che una donna abbia realmente affondato una barca lanciando una pietra.
Ed è proprio qui che la ricerca diventa ancora più interessante.
Quando la storia diventa memoria
Una vicenda complessa può attraversare secoli di trasmissione orale perdendo date, nomi e dettagli politici.
Rimangono le immagini.
Il castello.
Il Po.
La donna.
La barca.
Le armi.
La pietra.
La memoria collettiva trasforma così un possibile episodio storico in un racconto capace di essere ricordato e trasmesso.
Da Domenica Bracco a Costantino Nigra
Questa ballata è anche una straordinaria catena di trasmissione.
Generazioni di persone raccontano e cantano una storia. Domenica Bracco ne conserva una versione nella propria memoria. Costantino Nigra la raccoglie e la trascrive. Gli studiosi la analizzano. Oggi nuovi musicisti tornano a darle voce.
Una nuova interpretazione musicale
Nel progetto VIVA NIGRA, Clemente Ernesto De Martino e il ghirondista Silvio Orlandi hanno scelto di riportare questa ballata all'ascolto contemporaneo.
Non si vuole ricostruire artificialmente la musica che avrebbe potuto accompagnarla nel Trecento.
La ghironda, con il suo bordone continuo, viene utilizzata per evocare lontananza, memoria e continuità. È una reinterpretazione artistica, non una ricostruzione filologica medievale.
La vera protagonista è forse la memoria
La domanda più interessante, allora, non è soltanto:
quella donna fece davvero affondare la barca?
Possiamo porne un'altra:
perché questa storia è stata ricordata e cantata per generazioni?
Forse perché racchiude un'immagine universale: una comunità è in pericolo e, nel momento decisivo, una persona comune trova il coraggio di agire.
È questa una delle grandi forze della ballata popolare: comprimere secoli di storia in pochi versi e consegnarli, attraverso una voce, alla generazione successiva.
Commenti
Posta un commento