Costantino Nigra : Quaderno 29 - 1528: un canto lungo cinque secoli, dagli Alpini a Mina
Dal Marchese agli Alpini: cinque secoli di memoria in un canto
Nel 1528 muore Michele Antonio di Saluzzo. Quasi cinquecento anni dopo, la sua memoria continua a cantare.
È questo lo straordinario viaggio del Testamento del marchese di Saluzzo: una storia nata nel Cinquecento, attraversata dalla tradizione orale piemontese, raccolta da Costantino Nigra e successivamente riconoscibile nel Testamento del Capitano, divenuto uno dei canti più conosciuti della tradizione alpina.
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Costantino Nigra e la memoria popolare
Nei Canti popolari del Piemonte, pubblicati nel 1888, Costantino Nigra documenta diverse versioni del Testamento del marchese di Saluzzo.
Nigra non crea il canto. Fa qualcosa di altrettanto importante: ascolta, raccoglie e confronta le voci attraverso le quali una comunità ha conservato e trasformato una storia per generazioni.
La tradizione orale, infatti, non funziona come un archivio. Cambia parole, luoghi e personaggi, ma può conservare per secoli il nucleo emotivo di una storia.
Un uomo di fronte alla morte
Dietro la ballata troviamo Michele Antonio del Vasto, marchese di Saluzzo, morto nel 1528 durante le Guerre d’Italia.
Nella memoria popolare il personaggio storico diventa qualcosa di più universale: un uomo prossimo alla morte che pensa ai compagni, alla madre, alla donna amata e ai luoghi ai quali appartiene.
Il suo corpo viene simbolicamente diviso e affidato a persone e territori differenti.
È quasi una mappa della sua identità.
La morte divide. Il canto ricompone.
Dal Marchese al Capitano
Con il passare dei secoli il marchese lascia progressivamente spazio al capitano.
Nel Testamento del Capitano, legato alla memoria degli Alpini, rimane la struttura fondamentale: un comandante vicino alla morte chiama i propri uomini ed esprime le ultime volontà.
Cambiano i tempi e i protagonisti. Entrano la patria, il battaglione e soprattutto le montagne.
La vecchia ballata può così parlare anche agli uomini della Grande Guerra.
È questa una delle grandi capacità della cultura orale: trasmettere non significa ripetere esattamente. Significa trasformare senza perdere la memoria.
Dalle voci popolari ai cori
Nel Novecento il canto incontra un nuovo strumento di conservazione: il coro.
Le armonizzazioni e le registrazioni permettono a un patrimonio nato attraverso singole voci di diventare memoria collettiva organizzata.
Anche il Coro della SAT contribuisce alla diffusione di questo repertorio.
Poi arriva la discografia.
Nel 1976 Mina registra Il testamento del Capitano nell'album Plurale, con arrangiamento di Gianni Ferrio.
Una voce individuale, grazie alla sovraincisione, diventa molte voci.
Ancora una trasformazione.
Voce e violoncello: una nuova rilettura
In questo lungo percorso si colloca anche la mia versione per voce e violoncello.
Non vuole ricostruire il suono del Cinquecento.
Vuole interrogare quella memoria con un linguaggio contemporaneo.
Nel coro emerge la comunità. Nel dialogo fra voce e violoncello può tornare invece in primo piano l'individuo: l'uomo che, prima di essere marchese, capitano o simbolo militare, sa di dover lasciare le persone che ama.
Perché continuiamo a cantarlo?
Forse perché, dietro la guerra e la storia, questo canto parla di qualcosa che appartiene a tutti.
La separazione.
La madre.
L'amore.
La propria terra.
Il desiderio di lasciare qualcosa di sé nella memoria degli altri.
In quasi cinque secoli sono cambiati interpreti, parole, luoghi e sonorità.
Ma è rimasta una domanda:
che cosa resta di noi quando dobbiamo lasciare le persone e i luoghi ai quali apparteniamo?
La tradizione non ha conservato questo canto dentro una teca.
Lo ha trasformato per poterlo consegnare ancora.
Nel 1528 muore un uomo.
Quasi cinquecento anni dopo, la sua memoria continua a cantare.
Clemente Ernesto De Martino, Francesco Barresi

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