Costantino Nigra: Quaderno 28 - La sposa che non poteva scegliere
Sposa per forza: la ragazza che continuò a cantare nei secoli
Costantino Nigra, il matrimonio imposto e una storia che la memoria popolare non ha dimenticato
Una giovane donna viene mandata lontano per sposare un uomo che non ha scelto.
Lascia la propria casa. Entra in una nuova famiglia. Le vengono offerti gioielli, ma non bastano. Lei pensa alla casa perduta, annuncia la propria morte e il mattino seguente muore.
È il cuore di “Sposa per forza”, canto narrativo n. 37 dei Canti popolari del Piemonte di Costantino Nigra.
Una storia apparentemente semplice che apre, invece, una finestra straordinaria sulla società, sulla famiglia, sulla condizione femminile e sulla forza della memoria orale.
Non esiste una sola “Sposa per forza”
Uno degli aspetti più affascinanti della ricerca è che la ballata non possiede una sola forma immutabile.
Nigra ne documentò diverse lezioni provenienti da differenti zone del Piemonte. Alcune furono dettate da contadine.
Questo particolare non permette di definire Sposa per forza un canto esclusivamente femminile. Dimostra però che anche le donne parteciparono alla trasmissione di una storia che aveva al centro proprio la volontà negata a una giovane.
E la storia non si fermò nell’Ottocento.
Registrazioni sonore realizzate ancora nel Novecento documentano la sopravvivenza della ballata. Altre testimonianze archivistiche mostrano una circolazione che supera gli stessi confini piemontesi.
La tradizione orale, dunque, non conservò semplicemente un testo.
Conservò una storia.
Quando il matrimonio riguardava tutta la famiglia
Non possiamo utilizzare una ballata per stabilire quante donne fossero realmente costrette a sposarsi contro la propria volontà.
Possiamo però confrontare il canto con il mondo nel quale veniva tramandato.
Matrimonio, patrimonio, dote, autorità familiare e alleanze fra famiglie erano profondamente intrecciati.
La protagonista di Sposa per forza si trova proprio dentro questo conflitto.
Da una parte ci sono la famiglia e la decisione presa per lei.
Dall’altra c’è la sua volontà.
Ed è quest’ultima che il canto continua a ricordare.
Un viaggio senza ritorno
Nella ballata il viaggio possiede una forza particolare.
La giovane lascia la casa d’origine per entrare in quella dello sposo.
Il matrimonio dovrebbe segnare l’ingresso in una nuova appartenenza. Qui accade il contrario.
La nuova casa non diventa casa.
Neppure i gioielli offerti dalla suocera riescono a sostituire ciò che la giovane ha perduto.
Poi arriva la morte.
La tragedia individuale si trasforma così in ammonimento per chi ascolta.
È uno dei meccanismi più potenti della ballata popolare: raccontare la sorte di una persona per consegnare qualcosa alla memoria dell’intera comunità.
È una canzone del Risorgimento?
Qui è necessaria molta prudenza.
Costantino Nigra fu protagonista del Risorgimento italiano. Ma questo non significa che tutti i canti da lui raccolti siano canti risorgimentali.
In Sposa per forza non sono stati individuati riferimenti espliciti alle guerre d’indipendenza, all’Austria, a Cavour, Garibaldi o all’unificazione italiana.
Dobbiamo quindi distinguere due cose:
il periodo nel quale una ballata viene raccolta e il periodo nel quale quella ballata è nata.
Per Sposa per forza non conosciamo con certezza la data di origine.
Il suo nucleo narrativo potrebbe essere precedente all’Ottocento, ma trasformare questa possibilità in una certezza sarebbe scorretto.
Dal Piemonte all’Europa
Il tema della giovane costretta a un matrimonio che non desidera non appartiene soltanto alla tradizione piemontese.
Storie analoghe compaiono in differenti tradizioni europee, comprese quelle francesi e provenzali.
Non significa necessariamente che Sposa per forza derivi da una specifica canzone straniera.
Significa qualcosa di forse ancora più interessante.
Popolazioni differenti hanno trasformato lo stesso conflitto umano — famiglia, matrimonio, obbedienza e desiderio individuale — in una storia da cantare.
Sposa per forza arrivò nei teatri e nei burattini?
È una domanda affascinante.
Il Piemonte possedeva una grande tradizione di teatro popolare, marionette e burattini. Nigra stesso studiò le rappresentazioni popolari del Canavese.
Inoltre, gli studi di Luisa Del Giudice hanno documentato un fenomeno particolarmente interessante: alcune ballate narrative dell’Italia settentrionale potevano trasformarsi in vere rappresentazioni popolari.
Questo dimostra che il passaggio dal canto al teatro esisteva.
Ma attenzione.
Per Sposa per forza non sono state individuate fonti sufficienti per affermare che la ballata sia stata rappresentata nei teatri, dai burattini o dalle marionette.
Lo stesso vale per un suo eventuale utilizzo nella satira risorgimentale.
Il contesto esiste.
La prova diretta, finora, no.
Perché ricordiamo una storia cantata?
Oggi possiamo rivolgere a questa ballata una domanda che Nigra non poteva affrontare con gli strumenti delle neuroscienze:
perché una storia cantata può attraversare le generazioni?
Una ballata mette insieme molti elementi:
parole, melodia, ritmo, ripetizione, narrazione ed emozione.
Il cervello non deve quindi ricordare soltanto delle frasi.
La melodia offre punti di riferimento.
Il ritmo organizza il tempo.
La ripetizione consolida.
La storia collega gli avvenimenti.
L’emozione rende alcuni momenti particolarmente significativi.
Le neuroscienze non possono dirci perché sia nata Sposa per forza e neppure cosa provassero realmente le donne e gli uomini che la cantavano nell’Ottocento.
Possono però aiutarci a capire perché musica e narrazione rappresentino strumenti così potenti per la memoria.
Prima del libro c’era una voce
Forse è questo l’aspetto più affascinante dell’intera storia.
Prima che Nigra scrivesse quei versi, qualcuno li aveva cantati.
Qualcun altro li aveva ascoltati.
Li aveva ricordati.
Forse aveva cambiato una parola.
Forse un luogo.
Forse una melodia.
Poi aveva cantato nuovamente la storia.
E un’altra persona l’aveva imparata.
È così che la ballata ha attraversato il tempo.
Non sappiamo chi abbia inventato Sposa per forza.
Non sappiamo quando sia stata cantata per la prima volta.
Non abbiamo ancora prove che sia entrata nei teatrini dei burattini o nella satira risorgimentale.
Ma sappiamo che è sopravvissuta.
Costantino Nigra ne ha fissato le parole sulla pagina.
Le registrazioni del Novecento ci hanno restituito alcune voci.
E oggi storia, antropologia, etnomusicologia, psicologia e neuroscienze ci permettono di rivolgere nuove domande a quella giovane senza nome.
Una ragazza alla quale viene negata una scelta fondamentale.
La sua vita termina nella ballata.
La sua storia, invece, continua.
Perché una comunità non canta soltanto ciò che vuole ricordare. A volte canta anche ciò che non vuole più dimenticare.
Clemente Ernesto De Martino, Francesco Barresi
Fonti principali: Costantino Nigra, Canti popolari del Piemonte; edizione critica a cura di Franco Castelli, Emilio Jona e Alberto Lovatto; CREO – Centro Ricerca Etnomusica e Oralità; Teca Digitale CAI; AESS – Archivio di Etnografia e Storia Sociale della Regione Lombardia; studi di Roberto Leydi, Diego Carpitella, Luisa Del Giudice, Petr Janata e Aniruddh D. Patel.

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