Costantino Nigra :Quaderno 23 - Il Moro Saracino fu anche teatro? Un’indagine tra storia e tradizione

 

Il Moro Saracino fu anche teatro? Un’indagine tra storia e tradizione



Prima di diventare una pagina scritta, una ballata era soprattutto voce, ascolto e memoria.
È da questa considerazione che nasce una domanda affascinante: che cosa accadde al Moro Saracino prima che Costantino Nigra lo raccogliesse e lo studiasse nell’Ottocento?
Nel 1885 Nigra dedicò alla ballata un ampio studio, Il Moro Saracino, canzone popolare piemontese. Tre anni dopo il canto entrò nei suoi Canti popolari del Piemonte.
Ma la storia era molto più antica della pagina che l’aveva finalmente conservata.

Fiorensa, il Moro e una storia costruita per scene

La vicenda ha una struttura sorprendentemente teatrale.
Un giovane, sposa Fiorensa e parte per la guerra. Rimane lontano sette anni. Durante la sua assenza, il “gran Moro Sarazì” rapisce la donna e la conduce nel proprio paese.
Quando il marito ritorna, scopre l’accaduto e parte alla sua ricerca.
Incontra tre lavandaie, raggiunge il castello del Moro e si traveste da pellegrino per poter entrare chiedendo l’elemosina.
La ballata contiene personaggi, dialoghi, viaggio, travestimento, antagonista e riconoscimento.
Sembra quasi costruita per essere vista oltre che ascoltata.
Questo, però, non significa che sia stata realmente rappresentata a teatro.
Ed è proprio qui che comincia la ricerca.

Una ballata che supera il Piemonte

Il Moro Saracino non appartiene soltanto alla tradizione piemontese.
Già nell’Ottocento gli studiosi individuarono racconti affini nella Francia meridionale. La ballata appartiene quindi a una famiglia narrativa più vasta, capace di attraversare territori e lingue.
Nella tradizione orale una storia non rimane necessariamente identica.
Possono cambiare parole, nomi e particolari, mentre sopravvive la sua struttura fondamentale.
Per questo, cercando le origini del Moro Saracino, non possiamo limitarci al titolo.
Dobbiamo cercarne le tracce: il marito lontano, la donna rapita, il Moro o Saraceno, il viaggio, il castello, il travestimento e il riconoscimento.

Quando le storie si cantavano nelle piazze

Tra Quattrocento e Cinquecento in Italia erano attivi cantastorie, canterini e cantimpanca.
Non erano semplicemente cantanti.
Le loro esibizioni potevano intrecciare racconto, musica e strategie drammaturgiche, trasformando una storia in un evento pubblico.
La piazza diventava spazio scenico.
La voce poteva distinguere personaggi diversi.
Il gesto poteva accompagnare il racconto.
Il pubblico partecipava all’esperienza.
Questo non dimostra che i cantastorie eseguissero proprio Il Moro Saracino, ma dimostra qualcosa di importante: secoli prima di Nigra esisteva un ambiente culturale nel quale una storia cantata poteva possedere anche una dimensione performativa.

Il Moro entra in scena

Esiste un altro elemento particolarmente interessante: la moresca.
Diffusa nell’Europa rinascimentale, la moresca poteva assumere una dimensione coreografica e spettacolare.
La figura del Moro, quindi, non viveva soltanto nelle parole e nei racconti.
Poteva diventare corpo, costume, movimento e rappresentazione.
Anche in questo caso occorre però essere rigorosi.
La presenza del Moro nello spettacolo rinascimentale non dimostra che la ballata raccolta da Nigra sia stata trasformata in teatro.
Dimostra l’esistenza di un immaginario condiviso.

E i burattini?

È forse la domanda più suggestiva.
Al momento non abbiamo una prova.
Per poterlo affermare sarebbe necessario trovare un copione, un canovaccio, una cronaca, una stampa, un'immagine o la descrizione di uno spettacolo che conservi elementi sufficientemente precisi della vicenda di Fiorensa.
Nelle fonti finora esaminate questa testimonianza non è stata individuata.
La pista rimane aperta, ma deve essere indicata come non documentata.
Il Moro Saracino potrebbe essere stato rappresentato attraverso burattini o marionette?

Il corpo come archivio

Rimane allora una domanda ancora più profonda.
Come può una storia attraversare generazioni prima di essere scritta?
Canto, ritmo, ripetizione, struttura narrativa, emozione e partecipazione possono contribuire ai processi di apprendimento e richiamo.
La memoria orale, però, non funziona necessariamente come una registrazione.
Ogni nuova esecuzione può conservare qualcosa e contemporaneamente modificarlo.
È forse proprio questa capacità di trasformarsi che permette alle storie di sopravvivere.
Prima delle biblioteche e degli archivi, una parte della memoria culturale viveva nelle persone.
Nella voce.
Nel ritmo.
Nel gesto.
Nel corpo.

Nigra come soglia

Da questa prospettiva Costantino Nigra assume un ruolo ancora più interessante.
Non rappresenta l’inizio della storia del Moro Saracino.
Rappresenta una soglia.
Prima di lui troviamo oralità, memoria, varianti e trasmissione.
Con Nigra arrivano trascrizione, comparazione, classificazione e archivio.
La pagina conserva le parole, ma non può restituirci completamente la voce di chi cantava, le pause, il gesto, l'espressione del volto o la reazione di chi ascoltava.
Ed è proprio ciò che manca a rendere questa ricerca ancora aperta.

Che cosa possiamo affermare oggi?

Possiamo affermare che Il Moro Saracino è documentato da Nigra e appartiene a una famiglia narrativa più vasta del Piemonte.
Possiamo documentare l'esistenza nell'Italia rinascimentale di cantastorie che univano narrazione e musica, così come la presenza scenica dell'immaginario del Moro attraverso forme come la moresca.
Non possiamo invece affermare, sulla base delle fonti finora esaminate, che la specifica ballata sia stata rappresentata nel Rinascimento come teatro, satira o spettacolo di burattini e marionette.
L'ipotesi di una sua circolazione performativa rimane plausibile, ma non ancora dimostrata.
Ed è forse questo il punto più interessante della ricerca.
Non dobbiamo riempire ciò che non conosciamo con una storia verosimile.
Dobbiamo continuare a cercare.
Perché prima che Nigra fermasse il Moro Saracino sulla carta, quella storia aveva già vissuto nella memoria delle persone.
E prima dell'archivio scritto ne esisteva un altro: la voce, il ritmo, il gesto e il corpo umano.

Clemente Ernesto De Martino – Francesco Barresi


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