Costantino Nigra : Quaderno 20 - Lisetta crede di andare incontro alla morte. Poi comincia a cantare

 

Il Re di Lorena: la prigioniera che cantò davanti al suo destino


                          https://youtu.be/M5pAVxlWpCI?si=BgbfMG81I5W7Y0GA
                           https://youtu.be/vEljd2jZSWQ?si=Mniq9Obr4W9JQju8

Una ballata piemontese raccolta da Costantino Nigra racconta paura, potere e un sorprendente rovesciamento della sorte. Una storia breve, tramandata dalla voce popolare, che continua a porre domande ancora oggi.

Una giovane è prigioniera.

Il Re manda tre paggi e due cavalieri a prenderla.

Lei pensa che la stiano conducendo alla morte. Durante il viaggio, però, accade qualcosa: Lisetta canta.

I paggi piangono.

Poi la giovane arriva davanti al sovrano, si inginocchia e chiede perdono. Ma il finale cambia improvvisamente tutto: il re le ordina di alzarsi e le annuncia che diventerà sua sposa.

È Il Re di Lorena, una delle ballate conservate da Costantino Nigra nei suoi Canti popolari del Piemonte.

Una storia di pochi versi. Ma dentro quei versi si incontrano paura, autorità, musica, memoria e trasformazione sociale.

Costantino Nigra salva una voce del Piemonte

Nel 1888 Costantino Nigra pubblica i Canti popolari del Piemonte, opera fondamentale per lo studio della tradizione orale italiana.

Il Re di Lorena compare come canto numero 58, alle pagine 328-329.

La versione documentata proviene da Bene Vagienna, nel Cuneese. Il nome associato alla sua trasmissione è quello di Pietro Fenoglio.

Questo particolare è importante.

Dietro una ballata popolare non esiste soltanto uno studioso che prende appunti. Esistono persone che ricordano, cantano e consegnano una storia alla generazione successiva.

Nigra raccoglie queste voci e le confronta con altre tradizioni europee.

Per Il Re di Lorena osserva la struttura dei versi e richiama anche un confronto con antichi canti francesi.

Non abbiamo però elementi sufficienti per identificare il Re di Lorena con un preciso personaggio storico.

Ed è proprio qui che comincia il fascino della tradizione orale.

Chi era Lisetta?

La ballata non ce lo dice.

Sappiamo che si trova in una prigione nella quale sono rinchiuse cinquantadue persone.

Tre paggi e due cavalieri ricevono l'ordine di andare a prenderla.

Lisetta teme immediatamente il peggio.

Crede di essere condotta alla morte.

Durante il viaggio comincia però a cantare.

È un'immagine potentissima: una giovane prigioniera, circondata dagli uomini del sovrano, che attraversa l'incertezza usando la propria voce.

I paggi piangono.

Quando viene chiesto loro perché siano commossi, attribuiscono le lacrime ai raggi del sole.

È pudore?

È un modo per nascondere l'emozione?

Oppure è semplicemente una formula poetica?

Non possiamo saperlo.

La forza della ballata sta anche nelle domande che lascia aperte.

Dalla prigione alla corte

Quando Lisetta arriva davanti al Re si inginocchia.

Il gesto rende immediatamente visibile il rapporto di potere.

Davanti a lei c'è il sovrano.

Lei è la prigioniera.

Poi arriva il rovesciamento.

Il Re le ordina di rialzarsi e annuncia che sarà sua sposa.

In pochissimi versi la giovane passa quindi dalla prigione alla corte.

Per la società tradizionale questo significava un cambiamento radicale di condizione sociale.

Ma possiamo davvero parlare di un lieto fine?

Per un lettore contemporaneo la questione è più complessa.

Lisetta cambia posizione sociale, ma continua a essere il sovrano a decidere il suo destino.

Una ballata che cambia mentre viaggia

La tradizione orale non funziona come un libro.

Una storia passa da una persona all'altra, da un paese all'altro e da una generazione alla successiva.

E nel viaggio può cambiare.

Un indizio particolarmente interessante arriva dal Novecento.

Nel repertorio della cantante popolare Teresa Viarengo compare infatti una versione del Re di Lorena che comincia con:

“Ant i Türìn i é 'na prigiùn”.

La prigione viene dunque collocata a Torino.

È un piccolo cambiamento, ma racconta qualcosa di molto grande.

Le comunità non si limitano a conservare una storia: possono adattarla al proprio territorio e renderla nuovamente familiare.

Ma come veniva cantato Il Re di Lorena?

Qui dobbiamo fermarci davanti a un limite della documentazione.

Per la versione pubblicata da Nigra non disponiamo di una trascrizione melodica che permetta di stabilire con sicurezza tonalità, modalità, ritmo esecutivo o accompagnamento strumentale.

Non possiamo quindi immaginare arbitrariamente ghironde, organetti , chitarre o altri strumenti.

Possiamo invece osservare la struttura delle parole.

Nigra segnala una costruzione strofica regolare e precise assonanze.

Ripetizioni, formule e organizzazione metrica erano elementi preziosi in una cultura nella quale le storie dovevano essere ricordate e trasmesse attraverso la voce.

La variante conservata nel repertorio di Teresa Viarengo apre invece una pista importante per ricostruire la vita musicale successiva della ballata.

Che cosa accade nella mente di chi ascolta?

Le neuroscienze non hanno studiato specificamente Il Re di Lorena.

Possiamo però utilizzare ciò che oggi sappiamo sul rapporto fra musica, ritmo, emozione e memoria.

Quando una storia possiede strutture ritmiche riconoscibili, ripetizioni e formule ricorrenti, il cervello riceve diversi indizi che possono favorire attenzione e memorizzazione.

Se alle parole si aggiunge una melodia, gli indizi aumentano.

È uno dei motivi per cui una canzone può restare nella memoria con sorprendente facilità.

Nel Re di Lorena esiste inoltre una forte successione emotiva:

paura, viaggio, canto, pianto, incontro con il sovrano, cambiamento improvviso del destino.

Non possiamo sapere che cosa accadesse nel cervello di un ascoltatore piemontese dell'Ottocento.

Possiamo però comprendere perché una struttura narrativa così semplice ed emotivamente intensa possa essere efficace nella memoria.

Una società raccontata in pochi versi

Il mondo del Re di Lorena è profondamente gerarchico.

Il Re ordina.

Paggi e cavalieri eseguono.

Lisetta viene condotta.

Il matrimonio stesso viene annunciato dal sovrano.

La ballata racconta quindi anche un'organizzazione sociale nella quale potere politico, posizione sociale e destino individuale sono fortemente intrecciati.

Non sappiamo però come le persone che cantavano questa storia la interpretassero.

Era una fantasia di riscatto?

Una storia d'amore?

Un racconto sul potere?

Una vicenda sorprendente da ricordare e cantare?

Le fonti non permettono di scegliere una risposta definitiva.

La voce di Lisetta

Dal punto di vista antropologico uno degli elementi più interessanti è il percorso della protagonista.

Prigione.

Viaggio.

Incontro con il sovrano.

Inginocchiamento.

Nuovo status.

È una trasformazione completa.

E durante il passaggio Lisetta canta.

La sua voce non elimina la condizione di vulnerabilità e non modifica direttamente il potere del sovrano.

Ma impedisce alla protagonista di essere soltanto un corpo trasportato da un luogo all'altro.

Dentro la storia, Lisetta continua a essere una voce.

Dalla voce alla piazza

Ballate, racconti, cantastorie, musicisti ambulanti, fiere, mercati, saltimbanchi, burattinai e marionettisti appartenevano a un vasto mondo della cultura popolare.

È quindi naturale chiedersi se anche Il Re di Lorena sia passato dalle voci dei cantori a un piccolo palcoscenico.

La sua struttura sembrerebbe prestarsi perfettamente alla rappresentazione: pochi personaggi, dialoghi rapidi, un re, una prigioniera, cavalieri, tensione e un finale improvviso.

Ma ciò che sembra possibile non coincide necessariamente con ciò che è storicamente documentato.

Non sono state individuate, allo stato attuale delle fonti consultate, testimonianze documentarie sufficienti per sostenere una rappresentazione teatrale diretta di questa ballata.

Lo stesso vale, per ora, per una sua presenza documentata nei repertori di burattini, marionette, saltimbanchi o cantastorie professionali.

È una pista di ricerca ancora aperta.

Perché questa storia ci parla ancora oggi?

Perché Lisetta ha paura.

Non conosce ciò che sta per accaderle.

Viene portata verso qualcuno che possiede un potere enormemente superiore al suo.

E mentre attraversa questa incertezza canta.

Forse è proprio questa immagine a superare i secoli.

Non abbiamo bisogno di vivere nel Piemonte dell'Ottocento per comprendere la paura dell'ignoto, il bisogno di esprimersi e il desiderio che una situazione apparentemente senza uscita possa cambiare.

Viva Nigra: riportare le voci dentro la storia

Riscoprire Costantino Nigra non significa soltanto rileggere un libro pubblicato nel 1888.

Significa tornare alle persone che cantarono.

A Pietro Fenoglio.

A Teresa Viarengo.

Alle comunità che conservarono parole e melodie senza sapere che, molti decenni dopo, qualcuno sarebbe tornato ad ascoltarle.

Questo è il senso di Viva Nigra.

Non trasformare la tradizione in un oggetto immobile da museo, ma cercare nuovamente le persone, le voci e le storie che hanno permesso a quei canti di arrivare fino a noi.

Per approfondire

Costantino Nigra, Canti popolari del Piemonte, Ermanno Loescher, Torino, 1888.

Franco Castelli, Emilio Jona, Alberto Lovatto, a cura di, Costantino Nigra. Canti popolari del Piemonte, Neri Pozza.

Teca Digitale del Club Alpino Italiano, Patrimoni musicali della cultura alpina.

Archivio di Etnografia e Storia Sociale della Regione Lombardia, Repertorio Teresa Viarengo.

Per gli aspetti relativi a musica, ritmo e memoria: letteratura neuroscientifica disponibile attraverso PubMed e PubMed Central.



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