Costantino Nigra : Quaderno 18 - Nel 1861 nacque l’Italia. Ma gli italiani esistevano già?
Fare l’Italia era più facile che fare gli italiani?
Dopo l’Unità bisognava costruire qualcosa di ancora più difficile: un’identità comune tra popolazioni che parlavano lingue diverse, custodivano tradizioni differenti e spesso conoscevano poco le altre Italie.
Nel 1861 nasceva il Regno d’Italia.
Ma bastava tracciare nuovi confini e creare un unico Stato per trasformare piemontesi, lombardi, veneti, toscani, siciliani e napoletani in italiani?
La risposta è molto più complessa.
La vera sfida iniziava proprio allora: costruire una nazione comune senza cancellare le culture che la componevano.
Una nazione non nasce soltanto sui campi di battaglia
Gli studi dello storico Alberto Mario Banti hanno mostrato come il Risorgimento non possa essere spiegato soltanto attraverso guerre, diplomazia e decisioni politiche.
Per costruire l’Italia serviva anche immaginarla.
Eroi, martiri, bandiere, inni, racconti di sacrificio, monumenti e cerimonie contribuirono alla formazione di un patrimonio simbolico comune.
L’Italia nasceva quindi due volte.
Una volta politicamente.
E una seconda volta nella memoria delle persone.
Ma gli italiani si sentivano davvero italiani?
L’identità nazionale non scese semplicemente dall’alto.
Come mostrano gli studi di Lucy Riall, simboli e racconti proposti dalle élite incontrarono comunità che possedevano già proprie identità.
E quelle comunità potevano accettarli, modificarli oppure rifiutarli.
Il Tricolore, la monarchia sabauda e le celebrazioni patriottiche non assumevano necessariamente lo stesso significato a Torino, Milano, Firenze, Napoli o Palermo.
Prima dell’Italia esistevano già molte Italie.
Bisognava persino immaginare come dovesse essere un italiano
Silvana Patriarca ha studiato la costruzione ottocentesca del cosiddetto “carattere nazionale”.
Agli italiani venivano attribuiti pregi e difetti collettivi.
Questi stereotipi non descrivevano semplicemente la popolazione: contribuivano a stabilire quale tipo di cittadino fosse considerato desiderabile.
Unire l’Italia significava quindi anche tentare di costruire culturalmente un nuovo italiano.
Come parlare di Italia a chi non sapeva leggere?
Qui incontriamo uno dei problemi più importanti.
Ampie fasce della popolazione erano analfabete o semianalfabete.
Libri, giornali e proclami non potevano raggiungere tutti.
Ma una canzone sì.
Una rappresentazione teatrale sì.
Una festa, un’immagine o una storia raccontata in piazza potevano farlo.
La conoscenza passava anche attraverso ascolto, memoria, ripetizione e partecipazione collettiva.
La musica poteva raccontare una nazione
Il melodramma, il canto e il teatro offrivano qualcosa che la pagina scritta non poteva sempre offrire.
Un’esperienza condivisa.
Parole come patria, libertà, sacrificio, onore e unità potevano essere ascoltate e ricordate attraverso melodie e rappresentazioni.
Questo non significa che ogni coro fosse patriottico o che ogni spettatore interpretasse allo stesso modo ciò che ascoltava.
Il fenomeno è molto più complesso.
Ma musica e teatro potevano mettere contemporaneamente molte persone davanti alle stesse parole, immagini ed emozioni.
E durante una guerra?
Paura, separazione, lutto e instabilità accompagnano inevitabilmente i conflitti.
Le conoscenze contemporanee sulla musica e sulle pratiche artistiche suggeriscono che attività collettive possano intervenire sui processi di memoria, regolazione emotiva e coesione sociale.
Non possiamo naturalmente applicare diagnosi moderne alle popolazioni dell’Ottocento.
Possiamo però formulare una domanda storica interessante.
Che cosa accadeva quando, durante periodi di enorme incertezza, le persone cantavano, ballavano, partecipavano a una festa o assistevano insieme a uno spettacolo?
Anche questi momenti potevano contribuire temporaneamente a ricostruire relazioni e appartenenza.
Costantino Nigra: costruire l’Italia e salvare le differenze
Ed è qui che Costantino Nigra diventa una figura particolarmente interessante.
Nel 1848 combatte come volontario nella Prima guerra d’Indipendenza.
Successivamente entra nella diplomazia e diventa collaboratore di Cavour.
Tra il 1858 e il 1859 opera a Parigi nei rapporti diplomatici che precedono la Seconda guerra d’Indipendenza.
Dopo l’Unità rappresenta l’Italia nelle principali capitali europee.
Nigra partecipa quindi concretamente alla costruzione politica dello Stato italiano.
Ma contemporaneamente fa qualcosa che potrebbe sembrare contraddittorio.
Raccoglie le differenze.
Un diplomatico che ascoltava le voci dei paesi
Nigra studia dialetti, canti, racconti e tradizioni piemontesi.
Mentre contribuisce alla costruzione di uno Stato nazionale, conserva le testimonianze delle comunità locali.
Ed è proprio questa doppia identità a renderlo straordinariamente interessante.
L’Italia unita non doveva necessariamente significare un’Italia uniforme.
Il dialetto poteva sopravvivere.
La ballata poteva sopravvivere.
Le memorie del paese potevano sopravvivere.
L’identità piemontese poteva convivere con quella italiana.
L’Italia non cancellò le molte Italie
Dopo il 1861 continuarono a esistere dialetti, tradizioni religiose, culture contadine, identità regionali e memorie cittadine.
Scuola, esercito, feste civili e simboli nazionali contribuirono progressivamente a diffondere l’idea dell’Italia.
Ma parallelamente continuarono a vivere canzoni, racconti e rituali locali.
La nazione nacque quindi dall’incontro, e spesso dallo scontro, tra queste due dimensioni.
Fare gli italiani non significava renderli tutti uguali
Ed è forse questa la lezione più attuale.
Costruire un’identità comune non significa necessariamente cancellare le differenze.
“Fare gli italiani” poteva significare permettere a persone con dialetti, memorie e tradizioni differenti di cominciare a riconoscersi anche all’interno di una storia condivisa.
Costantino Nigra rappresenta perfettamente questo paradosso.
Contribuì a costruire politicamente l’Italia mentre continuava ad ascoltare le voci delle piccole comunità che la componevano.
Forse una nazione nasce davvero proprio così.
Non quando tutte le differenze scompaiono.
Ma quando quelle differenze riescono a riconoscersi dentro una casa comune.
Di Clemente Ernesto De Martino e Francesco Barresi

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