Costantino Nigra: Quaderno 12 - Si finse morto per incontrare la donna amata: la ballata del Bel Genovese

 

Il Bel Genovese: amore, inganno e libertà femminile in una ballata di Costantino Nigra


Una ragazza sorvegliata dal padre. Un giovane innamorato. Un ballo proibito. Una falsa morte. Un funerale che diventa occasione di libertà.

Sono gli elementi del Bel Genovese, una delle ballate raccolte da Costantino Nigra nei Canti popolari del Piemonte, dove è classificata con il numero 41. Ma dietro una storia apparentemente semplice si nasconde un documento prezioso sui rapporti tra amore, famiglia e società.

Una ragazza che il padre non lascia uscire

Il protagonista desidera sposare la figlia di un ricco mercante.

Il padre, però, controlla rigidamente la giovane e le impedisce persino di uscire con le altre ragazze.

Il Genovese cerca allora diversi stratagemmi per incontrarla: fa costruire un pozzo, prepara un giardino e organizza un ballo.

Il padre continua a dire di no.

A questo punto il giovane escogita un piano sorprendente: fa suonare le campane e diffonde la notizia della propria morte.

La ragazza ottiene finalmente il permesso di partecipare al funerale. Quando si avvicina alla bara, il giovane si alza.

Nelle diverse varianti della tradizione, l'inganno conduce alla fuga oppure al matrimonio.

Il funerale diventa teatro

È probabilmente il passaggio più affascinante della ballata.

Il Genovese non affronta direttamente il padre. Usa invece l'astuzia.

Diventa quasi il regista di uno spettacolo.

Le campane sono il mezzo di comunicazione. La bara diventa la scenografia. Il funerale è la rappresentazione capace di convincere il padre.

Per modificare la realtà, il protagonista costruisce prima una realtà fittizia.

Ma chi decideva il matrimonio di una ragazza?

Qui la ballata diventa un interessante documento sociale.

Nelle società rurali e mercantili preindustriali il matrimonio poteva riguardare non soltanto i sentimenti dei giovani, ma anche patrimonio, lavoro, eredità, reputazione e alleanze familiari.

Il padre rappresenta quindi qualcosa di più di un semplice personaggio autoritario.

Rappresenta un sistema nel quale la famiglia esercita un forte controllo sulla vita della figlia.

Una protagonista meno passiva di quanto sembri

All'inizio la ragazza appare completamente sottoposta all'autorità paterna.

Ma il momento decisivo della storia passa proprio attraverso di lei.

È la giovane a chiedere di partecipare al funerale.

La sua libertà rimane condizionata dal padre, ma la ballata crea uno spazio nel quale il sentimento personale riesce finalmente a oltrepassare il controllo familiare.

Perché queste storie erano così facili da ricordare?

Il Bel Genovese utilizza continuamente ripetizione e variazione.

Prima il pozzo.

Poi il giardino.

Poi il ballo.

Ogni tentativo sembra poter creare l'incontro e ogni volta il padre ristabilisce il divieto.

L'ascoltatore impara rapidamente questo meccanismo e aspetta che qualcosa lo interrompa.

E qualcosa accade: suonano le campane a morto.

Nella tradizione orale la ripetizione non rappresenta quindi una povertà narrativa. È uno strumento potentissimo di memoria, partecipazione e attesa.

Da Costantino Nigra a Roberto Leydi

La storia del Bel Genovese non termina nell'Ottocento.

Nel Novecento la ballata continua a essere raccolta e cantata.

Roberto Leydi e Franco Coggiola documentarono una versione astigiana, successivamente conosciuta anche attraverso La Lionetta con il titolo Papà démi la béla.

Anche la cantante tradizionale Teresa Viarengo lasciò una registrazione del Genovese, pubblicata nel 1998.

Questo passaggio è fondamentale.

Nigra poteva trascrivere parole e varianti.

L'etnomusicologia del Novecento, grazie alla registrazione sonora, poteva conservare anche voce, timbro, ritmo, inflessioni e modalità dell'esecuzione.

E Costantino Nigra, intanto, cosa faceva?

Qui emerge uno degli aspetti più sorprendenti.

Mentre raccoglieva e studiava i canti popolari, Nigra viveva contemporaneamente ai vertici della diplomazia europea.

Lavorò accanto a Cavour, fu protagonista della diplomazia italiana a Parigi e successivamente ambasciatore a San Pietroburgo, Londra e Vienna.

Proprio mentre era ambasciatore a Vienna preparò la fase conclusiva dei Canti popolari del Piemonte, pubblicati nel 1888.

Frequentava sovrani, ministri e diplomatici, ma attribuiva valore culturale e scientifico alle voci di contadini, donne, artigiani e comunità rurali.

Una piccola storia d'amore che racconta una società

Il Bel Genovese mette in scena almeno tre forme di potere.

Il padre possiede il potere dell'autorità familiare.

Il giovane utilizza quello dell'astuzia e dell'organizzazione.

La comunità rappresenta il terzo elemento: le ragazze, il pozzo, il giardino, il ballo e infine il funerale.

La conquista della libertà non avviene quindi completamente in privato. Passa attraverso gli spazi e i rituali della comunità.

Ed è forse questo che rende ancora oggi affascinante il Bel Genovese.

Dietro una storia d'amore quasi fiabesca troviamo controllo familiare, desiderio, reputazione, inganno, matrimonio e libertà personale.

Una ballata tramandata oralmente diventa così qualcosa di più di una vecchia canzone.

Diventa una finestra aperta sulla società che l'ha cantata e sulle persone che, generazione dopo generazione, hanno continuato a trasformarla.

Clemente Ernesto De Martino – Francesco Barresi

Viva Nigra – Biblioteca Digitale

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