Briganti si diventa : Quaderno 7- Fenestrelle e le guerre dell’Italia difficile
Fenestrelle: che cosa accadde davvero ai soldati borbonici?
Tra prigionia e nuova uniforme: il difficile destino dei soldati di un Regno scomparso
Fenestrelle è uno dei luoghi nei quali la memoria dell’Unità d’Italia continua ancora oggi a dividere. La presenza nella fortezza piemontese di ex militari del Regno delle Due Sicilie è documentata. Non trova invece conferma nella più solida ricerca archivistica la rappresentazione di Fenestrelle come un campo organizzato per lo sterminio dei meridionali. Rifiutare questa interpretazione non significa però cancellare la prigionia, la coercizione, lo sradicamento e le violenze che accompagnarono la costruzione del nuovo Stato unitario.
Soldati di un esercito che non esisteva più
Dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie migliaia di uomini si trovarono improvvisamente dalla parte degli sconfitti.
Prigionieri, soldati di reparti capitolati, sbandati, renitenti e disertori non costituivano però un'unica categoria. Anche i loro percorsi furono differenti.
Fenestrelle, San Maurizio Canavese, Milano, Bergamo, Alessandria e altre località entrarono in una complessa rete militare di raccolta, detenzione e riorganizzazione. San Maurizio Canavese, quindi, non può essere descritto come una tappa obbligatoria prima di Fenestrelle.
Anche la scelta di entrare nel nuovo esercito italiano fu più complessa di quanto raccontino alcune ricostruzioni.
Nella prima fase molti ex borbonici mostrarono una scarsissima disponibilità all'arruolamento volontario. Ma dietro un rifiuto potevano esserci fedeltà al precedente giuramento, desiderio di tornare dalla famiglia, paura, fame, stanchezza o semplice volontà di non combattere più.
Brigantaggio: una guerra che non finì in una sola battaglia
Il grande brigantaggio postunitario non può essere ridotto né a semplice criminalità né trasformato interamente in una guerra patriottica meridionale.
Fu un fenomeno nel quale si sovrapposero conflitto politico, legittimismo borbonico, condizioni sociali, criminalità, vendette, renitenza, diserzione e necessità di sopravvivere.
E soprattutto non terminò con una sola grande battaglia.
Una banda aveva bisogno di cibo, rifugi, guide, animali, armi, messaggeri, famiglie disposte ad aiutarla e persone capaci di avvertirla dell'arrivo delle truppe.
Progressivamente lo Stato imparò a colpire proprio queste reti.
Comparvero informatori, collaboratori ed ex briganti che passarono dalla parte delle autorità. Alcuni agirono per denaro, altri per paura, vendetta, sopravvivenza o per proteggere la propria famiglia.
Il caso di Giuseppe Caruso, già vicino a Carmine Crocco e poi collaboratore delle autorità, mostra quanto la conoscenza di uomini, sentieri e rifugi potesse diventare decisiva.
Quando la guerra entra nelle persone
Un soldato sconfitto poteva accettare una nuova uniforme.
Un altro poteva rifiutarla.
Un terzo poteva disertare.
Un altro ancora poteva entrare in una banda oppure cercare semplicemente di tornare alla propria terra.
Non necessariamente perché fossero uomini moralmente diversi, ma perché paura, famiglia, valori, fame e possibilità concrete potevano condurre a differenti strategie di sopravvivenza.
Teatro, osterie e canti
Le guerre non sopravvivono soltanto negli archivi militari.
Sopravvivono anche nel teatro, nelle osterie e soprattutto nelle canzoni.
Il canto popolare italiano ha espresso posizioni patriottiche, repubblicane, monarchiche, antimilitariste, socialiste, anarchiche e di protesta. Una stessa melodia poteva viaggiare dalla strada alla caserma, dall'osteria al carcere, cambiando parole e significato.
Ma occorre distinguere la storia dalla memoria.
Non è stato individuato con sufficiente sicurezza un canto attribuibile specificamente ai prigionieri borbonici di Fenestrelle del 1860-61. E “Brigante se more”, spesso percepita come una canzone ottocentesca, è invece una composizione moderna legata a Eugenio Bennato e Carlo D'Angiò.
Nessuna guerra lascia veramente intatto il vincitore
Le guerre hanno vincitori politici e sconfitti civili e militari.
Ma nessun vincitore esce da una guerra senza perdite.
Si perdono persone, famiglie, salute e fiducia. Si interrompono educazioni, mestieri e affetti. Anche chi sopravvive può portare per decenni conseguenze che nessun bollettino militare riuscirà mai a registrare.
Forse è proprio qui che Fenestrelle può ancora parlarci.
Non abbiamo bisogno di trasformare gli sconfitti in eroi perfetti né i vincitori in mostri assoluti.
Abbiamo bisogno di distinguere le prove dalle leggende, la memoria dall'archivio e la comprensione storica dal giudizio politico sul passato.
Clemente Ernesto De Martino – Francesco Barresi

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