Briganti si diventa : Quaderno 8 - Mameli, i Bersaglieri e i briganti: quale Italia nacque davvero dal Risorgimento?

 Quando l’Italia combatteva se stessa

Bersaglieri e briganti dopo l’Unità

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Il Risorgimento viene spesso raccontato come una storia lineare: gli italiani desideravano unirsi, combatterono e nacque una nuova nazione.

La realtà fu molto più complessa.

Repubblicani mazziniani, democratici, liberali moderati, monarchici, volontari garibaldini e diplomazia sabauda immaginavano Italie differenti. La costruzione dello Stato nazionale nacque quindi dall’incontro, ma anche dallo scontro, fra progetti politici diversi.

Mameli: prima della nazione venne il canto

Goffredo Mameli rappresenta uno degli esempi più significativi del rapporto fra musica e costruzione dell’identità nazionale.

Il Canto degli Italiani, scritto nel 1847 e musicato a Torino da Michele Novaro, non era soltanto una canzone patriottica. Attraverso parole, ritmo e canto collettivo trasformava l’idea astratta di Italia in un’esperienza condivisa.

Mameli partecipò inoltre direttamente agli avvenimenti rivoluzionari del 1848-49 e alla Repubblica Romana. Nel suo mondo poesia, politica, musica e combattimento erano strettamente collegati.

Chi erano realmente i Bersaglieri?

Anche sulla storia dei Bersaglieri è necessario distinguere i fatti dalle interpretazioni successive.

Il Corpo fu istituito da Alessandro Ferrero La Marmora il 18 giugno 1836, molto prima dell’Unità d’Italia e del grande brigantaggio postunitario.

La loro funzione originaria era quella di una fanteria particolarmente mobile, capace di spostarsi rapidamente, operare in territori difficili ed effettuare un tiro accurato.

Per questo non è storicamente corretto sostenere che i Bersaglieri siano stati creati appositamente per combattere i briganti meridionali.

Dopo il 1860, tuttavia, reparti dei Bersaglieri furono effettivamente impiegati nel Mezzogiorno nelle operazioni contro il brigantaggio, insieme ad altre forze del Regio Esercito.

Costantino Nigra: il Bersagliere che ascoltava le voci del popolo

In questa storia emerge una figura particolarmente interessante: Costantino Nigra.

Nel 1848, mentre studiava legge a Torino, si arruolò volontario nella compagnia degli studenti aggregata ai Bersaglieri. Partecipò a diversi combattimenti e rimase ferito.

Successivamente divenne uno dei collaboratori diplomatici più importanti di Cavour.

Ma Nigra dedicò anche decenni allo studio dei canti popolari del Piemonte.

È proprio questa pluralità a renderlo una figura straordinaria: nello stesso uomo convivono il volontario del Risorgimento, il diplomatico e lo studioso della cultura delle comunità popolari.

Il Mezzogiorno e il brigantaggio

Dopo l’Unità, il Mezzogiorno attraversò una fase di fortissima instabilità.

Il brigantaggio postunitario non può essere interpretato soltanto come criminalità, ma neppure trasformato interamente in una guerra nazionale contro il nuovo Stato.

Nelle bande potevano intrecciarsi miseria contadina, legittimismo borbonico, renitenza alla leva, criminalità, vendetta, conflitti agrari e opposizione politica.

Anche le bande esercitavano violenza: sequestri, rapine, estorsioni, omicidi e attacchi alle proprietà. Il rapporto con la popolazione poteva quindi oscillare tra consenso, solidarietà, paura e coercizione.

La repressione dello Stato

La risposta dello Stato italiano diventò progressivamente più dura.

La legge Pica del 15 agosto 1863 introdusse tribunali militari, misure eccezionali e domicilio coatto nelle zone coinvolte dal brigantaggio. Rimase applicata in gran parte del Mezzogiorno continentale fino alla fine del 1865.

Quella fase non fu dunque soltanto una questione di ordine pubblico. La storiografia contemporanea studia sempre più frequentemente quegli eventi utilizzando anche le categorie di guerra irregolare, guerra civile e costruzione dello Stato.

Bersaglieri e pastori: due Italie che potevano anche incontrarsi

L’immagine che accompagna questo articolo rappresenta tre Bersaglieri che condividono pane e formaggio con due pastori lucani.

Non è una fotografia storica: è una ricostruzione visiva contemporanea ispirata alle uniformi e agli ambienti dell’Ottocento.

Ma vuole ricordare una dimensione che spesso scompare quando raccontiamo una guerra.

Soldati e popolazioni locali non vivevano esclusivamente nello scontro. Esistevano anche soste, incontri, scambi di informazioni, commercio, diffidenza, curiosità e momenti quotidiani nei quali uomini appartenenti a mondi diversi potevano sedersi nello stesso luogo.

Un Risorgimento fatto anche di suoni

Il Risorgimento fu anche una grande trasformazione sonora.

Gli inni permettevano a centinaia di persone di respirare, scandire parole e cantare insieme. Accanto agli inni ufficiali vivevano però i canti delle osterie, quelli dei soldati, le proteste contro la leva, i repertori contadini e le parodie politiche.

La musica popolare non raccontava quindi una sola Italia.

Poteva celebrare la nuova nazione, ma poteva anche contestarla.

È proprio questo che gli studi di Costantino Nigra e, successivamente, di Roberto Leydi, Diego Carpitella, Michele Straniero e Gianni Bosio hanno aiutato a comprendere.

Anche “Brigante se more” ha una storia diversa da quella che immaginiamo

Un esempio significativo riguarda Brigante se more.

Molti la considerano spontaneamente una canzone autentica dei briganti dell’Ottocento.

In realtà il brano fu composto da Eugenio Bennato e Carlo D’Angiò nel 1979.

Questo non diminuisce il suo valore: dimostra invece quanto una composizione moderna possa entrare profondamente nella memoria collettiva fino a essere percepita come antica.

Quale Italia nacque?

Raccontare il Risorgimento non significa scegliere obbligatoriamente fra una celebrazione senza ombre e una condanna totale.

I Bersaglieri non furono creati per reprimere il Mezzogiorno, ma alcuni loro reparti parteciparono successivamente alla repressione del brigantaggio.

I briganti non furono tutti semplicemente criminali, ma neppure tutti combattenti di un unico esercito politico.

La nascita dell’Italia unita mise insieme emancipazione e coercizione, entusiasmo e paura, consenso e resistenza, diplomazia e guerra.

E forse proprio la musica ci permette ancora oggi di ascoltare questa complessità.

Un inno racconta la nascita di un noi.

Un canto popolare può raccontare chi rimane fuori da quel noi.

Tra Mameli, La Marmora, Nigra, i Bersaglieri, i briganti e le voci delle osterie emerge così un Risorgimento meno monumentale, ma probabilmente molto più umano.

Clemente Ernesto De Martino – Francesco Barresi

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