Briganti si diventa : Quaderno 14: Prima della radio c’era l’osteria: le voci perdute del Canavese

 

Quando il Canavese cantava: osterie, soldati e prigionia nell’Italia di Costantino Nigra

Nelle piole dell’Ottocento il canto non era soltanto divertimento. Era cronaca, memoria, paura, protesta e racconto collettivo.



Immaginiamo di entrare in un’osteria del Canavese nell’Ottocento.

Non ci sono radio, televisioni o telefoni. Molte persone leggono con difficoltà o non leggono affatto. Le notizie viaggiano attraverso le parole, i racconti e soprattutto attraverso il canto.

Nelle case, durante il lavoro, nelle feste, nelle veglie, nelle osterie e durante il servizio militare, le canzoni accompagnano la vita quotidiana. E cambiano continuamente: un paese modifica una parola, un cantore aggiunge una strofa, un altro cambia il finale.

È in questo mondo che dobbiamo incontrare Costantino Nigra.

L’osteria come luogo della memoria

La piola non era soltanto il luogo del vino.

Era uno spazio sociale nel quale si incontravano lavoratori, viaggiatori e abitanti del paese. Si giocava, si raccontavano avvenimenti e naturalmente si cantava.

Il canto poteva così trasformarsi in una sorta di archivio orale della comunità.

Amori, partenze, delitti, soldati, violenze, matrimoni, denaro, reputazione e pericoli della strada diventavano storie da ricordare e tramandare.

Delitti e violenza nelle ballate

Nei Canti popolari del Piemonte raccolti da Nigra incontriamo anche un mondo oscuro.

Ci sono viaggi pericolosi, incontri con sconosciuti, inganni, rapimenti, vendette e omicidi.

Definirli semplicemente “canti di malavita” sarebbe però anacronistico. È più corretto parlare di ballate di delitto, vendetta, rapimento e conflitto sociale.

Un esempio significativo è La ragazza assassinata.

La violenza viene raccontata senza lunghe spiegazioni psicologiche. Il canto procede rapidamente, conservando soltanto le azioni essenziali.

Lo stesso accade nelle varianti di Lucrezia: poche immagini e pochi dialoghi devono rendere indimenticabile una vicenda drammatica.

Quando arrivava la chiamata alle armi

Per una famiglia contadina la leva militare poteva rappresentare una frattura profonda.

Partire significava abbandonare la famiglia, il lavoro, il paese, il dialetto e le proprie relazioni.

Il canto diventava allora uno strumento attraverso il quale condividere la separazione.

Ritornano continuamente alcuni temi: la partenza, la madre, l’innamorata, la caserma, la lontananza e la morte.

Molti motivi musicali attraverseranno epoche differenti, arrivando fino alla tradizione alpina e alla Grande Guerra.

Bisogna però evitare un errore: una canzone documentata nel Novecento non può essere automaticamente attribuita, con le stesse parole, al 1848 o al 1859.

E i canti della prigionia?

Anche la prigionia entra nell’immaginario popolare.

Può essere la giovane rinchiusa, il soldato lontano, il condannato o il detenuto.

Quando si parla di Risorgimento piemontese compare inevitabilmente Fenestrelle, intorno alla quale si sono sviluppate interpretazioni e controversie.

La ricerca richiede prudenza: nella raccolta di Nigra non risulta documentato uno specifico corpus di “canti di Fenestrelle”. Creare un collegamento diretto senza una fonte sarebbe quindi scorretto.

Nigra raccoglieva soprattutto parole. Poi arrivò il suono

Nigra privilegiò principalmente il testo delle canzoni e non trascrisse sistematicamente le melodie.

Nel Novecento studiosi come Roberto Leydi e Michele L. Straniero ampliarono la prospettiva.

Per il Canavese diventa particolarmente importante Amerigo Vigliermo, che documentò cantori, melodie e varianti ancora presenti tra contadini, operai e artigiani.

La canzone, infatti, non è soltanto una successione di parole.

È voce, ritmo, respiro, dialetto, gesto e partecipazione collettiva.

Nigra bambino sul palcoscenico

Esiste poi un Costantino Nigra meno conosciuto.

Quello del teatro popolare.

Con Delfino Orsi pubblicò tre importanti studi dedicati alle rappresentazioni del Natale, della Passione e del Giudizio Universale in Canavese.

Ma esiste un particolare ancora più affascinante.

Nigra ricordava di aver partecipato da bambino, nel 1838, alla rappresentazione del Natale di Villa Castelnuovo interpretando uno degli angeli minori.

Il futuro diplomatico e studioso aveva quindi conosciuto quel teatro dall’interno.

Gianduja poteva prendere in giro il potere

Nello stesso Piemonte prosperavano burattini e marionette.

E qui incontriamo Gianduja.

Durante il Risorgimento la celebre maschera piemontese divenne anche uno strumento di satira politica. Allusioni e doppi sensi consentivano di parlare del potere e, durante la Restaurazione, perfino di aggirare la censura.

Burattinai, marionettisti, cantastorie, musicisti, acrobati e saltimbanchi attraversavano inoltre città, fiere e paesi.

Non abbiamo però prove sufficienti per affermare che nel Canavese mettessero in scena proprio le specifiche ballate criminali o carcerarie raccolte da Nigra.

Un uomo tra due mondi

La biografia di Nigra rende questa storia ancora più sorprendente.

Nel 1848-1849 è volontario nella compagnia dei bersaglieri studenti, combatte nella Prima guerra d’indipendenza e viene ferito.

Nel 1854 pubblica già i primi studi sui canti popolari piemontesi.

Nel 1856 accompagna Cavour al Congresso di Parigi.

Tra il 1858 e il 1859 diventa intermediario nelle trattative segrete con Napoleone III.

Successivamente rappresenterà l’Italia nella grande diplomazia europea.

E mentre partecipa alla costruzione politica dell’Italia, continua a raccogliere e studiare le voci della gente comune.

Prima dei giornali, la memoria poteva avere una melodia

Forse è questo il significato più profondo di quei canti.

Non possiamo considerarli documenti storici nel senso moderno.

Ma possiamo ascoltarli come archivi sociali non ufficiali.

L’osteria trasformava individui in una comunità temporanea.

Il canto militare rendeva collettiva la paura della partenza.

La ballata trasformava un delitto in memoria.

Il teatro permetteva a un’intera piazza di ridere, indignarsi o piangere insieme.

E una melodia poteva continuare a viaggiare quando la persona che l’aveva cantata per prima era ormai scomparsa.

Nel Canavese di Costantino Nigra, quindi, il canto non era semplicemente musica.

Era testo, suono, gesto, memoria e relazione.

Di Clemente Ernesto De Martino e Francesco Barresi

Articolo tratto dalla ricerca “Canti d’osteria, malavita, militari e prigionia nel Canavese risorgimentale. Costantino Nigra, oralità, teatro popolare e memoria sociale”.

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