Briganti si diventa : Quaderno 13- Le donne che il canto popolare non riuscì a mettere a tacere
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Costantino Nigra e le protagoniste femminili della tradizione popolare dell’Ottocento
Nella società italiana dell’Ottocento il potere pubblico apparteneva quasi interamente agli uomini. Eppure, nei canti, nelle ballate e nei racconti popolari incontriamo donne molto diverse dall’immagine della figura femminile passiva.
Sono madri e spose, ma anche donne che scelgono, resistono, ingannano l’avversario, si ribellano e, in alcuni casi, combattono.
Questa apparente contraddizione emerge con particolare forza nel lavoro di Costantino Nigra.
Nigra e le donne delle ballate
Nei Canti popolari del Piemonte, pubblicati nel 1888, Nigra utilizza un metodo filologico e comparativo, confrontando le versioni piemontesi delle ballate con altre tradizioni italiane ed europee.
Tra i testi più interessanti troviamo Un’eroina e La Guerriera.
In Un’eroina la protagonista non accetta passivamente ciò che le accade. Reagisce alla minaccia e modifica il proprio destino.
Ancora più suggestiva è La Guerriera. Nigra racconta di avere ascoltato questo canto dalla voce di una pastora sulle Alpi. La protagonista assume un'identità guerriera entrando simbolicamente in uno spazio che la società ottocentesca considerava prevalentemente maschile.
Non possiamo trasformare Nigra in un anticipatore del femminismo moderno. Le fonti non lo permettono.
Il punto interessante è un altro: Nigra ha conservato testimonianze orali nelle quali la donna può essere protagonista dell'azione.
Che cosa significava essere un'eroina?
L'eroismo femminile della tradizione popolare non coincide necessariamente con la guerra.
Una donna può diventare eroina perché protegge i figli, difende la propria libertà, rifiuta un matrimonio imposto, affronta una violenza oppure utilizza intelligenza e astuzia per sopravvivere.
La ballata diventa quindi uno spazio particolare.
Nel racconto può accadere ciò che nella società reale è molto più difficile accettare.
Una donna può decidere.
Può ribellarsi.
Può vincere.
Può perfino assumere un ruolo tradizionalmente attribuito all'uomo.
Ma frequentemente, alla conclusione della storia, l'ordine viene ristabilito attraverso il matrimonio, il ritorno alla famiglia, la punizione oppure la morte.
Una società patriarcale con donne indispensabili
L'Italia dell'Ottocento rimane una società prevalentemente patriarcale. Proprietà, rappresentanza politica e autorità istituzionale sono soprattutto maschili.
Questo, però, non significa che le donne siano marginali nella vita quotidiana.
Nelle campagne e nelle comunità montane partecipano al lavoro agricolo, all'allevamento, al piccolo commercio e alla gestione della famiglia.
E soprattutto trasmettono canti, racconti, preghiere, rituali e memoria collettiva.
È quindi importante distinguere tra potere istituzionale e centralità culturale.
Una donna poteva avere pochissimi diritti pubblici ed essere contemporaneamente fondamentale per la sopravvivenza economica, affettiva e culturale della propria comunità.
Esisteva davvero un matriarcato italiano?
Occorre essere prudenti.
Non abbiamo prove sufficienti per parlare di vere società matriarcali nell'Italia ottocentesca.
Esistono invece comunità nelle quali le donne assumono una particolare importanza economica e familiare.
Un esempio significativo è quello della Bagnarota di Bagnara Calabra, donna lavoratrice divenuta protagonista dell'economia locale.
Anche nelle comunità montane e marinare, l'assenza prolungata degli uomini per migrazione, pesca, guerra o lavoro poteva affidare alle donne responsabilità importanti nella gestione della famiglia e dei beni.
Parlare di forte centralità femminile è quindi storicamente più corretto che parlare genericamente di matriarcato.
E nel teatro, tra burattini e saltimbanchi?
Anche lo spettacolo popolare presenta una contraddizione.
Nei repertori dei burattini prevalgono personaggi maschili. Le donne appaiono spesso come mogli, madri, innamorate, serve o figure caricaturali.
Ma nella realtà delle compagnie troviamo anche attrici, cantanti, danzatrici, acrobate e narratrici.
Il teatro, la farsa e il carnevale potevano inoltre capovolgere temporaneamente l'ordine sociale: donne autoritarie o astute potevano dominare la scena mentre gli uomini diventavano oggetto di derisione.
Era una rivoluzione?
Non necessariamente.
Ma per qualche minuto la piazza poteva vedere rappresentato un mondo diverso.
La donna che attraversa il confine
Forse è proprio questo l'aspetto più affascinante della tradizione raccolta da Nigra.
La società reale poneva alla donna confini molto rigidi.
Il canto, invece, poteva permetterle di attraversarli.
La donna poteva diventare guerriera.
Una ragazza poteva scegliere autonomamente.
Una moglie poteva ribellarsi.
Una giovane poteva superare un uomo grazie all'intelligenza.
La presenza di queste protagoniste non dimostra che l'Ottocento fosse una società paritaria.
Dimostra qualcosa di forse ancora più interessante:
l'immaginario popolare era capace di pensare una donna più libera della società nella quale quella stessa donna viveva.
Ed è proprio qui che le raccolte di Costantino Nigra acquistano ancora oggi uno straordinario valore culturale.
Non raccontano soltanto le canzoni di un'epoca.
Ci permettono di ascoltare le voci, le paure, i desideri e perfino le contraddizioni di una società che, attraverso il canto, riusciva talvolta a immaginare ciò che nella vita quotidiana non era ancora pronta ad accettare.
Di Clemente Ernesto De Martino e Francesco Barresi
Studio tratto da “La figura femminile nella tradizione popolare. Costantino Nigra, canto narrativo, società e spettacolo popolare nell’Ottocento”.
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